Notte Santa: Tradizione e Tradimenti

  • Fare l'albero
  • Babbbo Natale
  • I re Magi erano tre?
  • Il quarto re Magio

albero

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A  Natale ha fine l’esodo di Dio, il suo eterno viaggio in cerca dell’uomo. E ha inizio per l’uomo l’infinita possibilità di diventare Verbo e Figlio di Dio.
Non è facile il Natale, non è un quadretto idilliaco, inizia la conversione della storia. E’ da qui, dove l’infinitamente grande si fa infinitamente piccolo, che i cristiani cominciano a contare gli anni, a raccontare la storia. Non dentro la carne è venuto, ma carne lui stesso, in ogni fibra Dio. Il modo che Dio ha ideato per incarnarsi esalta la bellezza del corpo, canta il valore della carne, benedetta, assunta, amata: dolce carne fatta cielo. Non è misconoscendola che noi diventeremo più spirituali.

Ci fu un censimento in tutto l’impero.
Luca ci presenta la nascita di Gesù fondendo insieme l’umile concretezza dei particolari e il respiro della grande storia, la cronaca di una notte senza data e i grandi calendari degli imperi. La prima condizione storica è il censimento: la grande macchina imperiale ha preteso questo rigoroso controllo su tutti, probabilmente per aggiornare l’anagrafe tributaria. Qualcosa di minaccioso presiede alla nascita del Salvatore. “Anche la tua vita mi serve per alimentare le casse dello Stato. Ed ecco che dentro la durezza di questo meccanismo, quando l’uomo è semplicemente ridotto a numero e quantità, lì si produce la nascita dell’uomo nuovo. Un impero brutale nei confronti dei deboli salva l’uomo dall’anonimato tre poveri: Maia, Giuseppe e un bambino. Quasi che la pressione dei poteri oscuri della storia costringesse Dio a rivelare la luce.

Lo avvolse in fasce e lo depose nella mangiatoia
Una mangiatoia, il posto del cibo, in Betlem, che in ebraico significa “casa del pane”: questo Bambino deposto nella madia più umile, è davvero il cibo per ogni creatura.
Il pane è un segno bellissimo e terribile. Ti fa vivere e si annulla per te. Ti nutre fino a farti partecipe di se stesso e si distrugge. Dio non chiede più sacrifici , è Lui che sacrifica se stesso. L’amore non protegge, espone e disarma. Dio si espone per noi in un piccolo d’uomo, in una mangiatoia, in una notte di respiro su respiro.
Come non ricordare come le nostre nonne facevano il pane imprimendo una croce sulla pasta prima di infornarlo e stando sempre attente a tenerlo “a verso quando era sulla tavola “ guai a voltarlo, tenendolo “sottosopra”, non si poteva voltare perché era come mettere Gesù bambino a testa in giù.
Nella chiesa di s.Agostino in Montefalco, nell’affresco sopra l’arco trionfale il bambino è collocato in una mangiatoia che ha la forma di un sepolcro: il primo gesto di Maria è profezia dell’ultimo, la deposizione nella tomba. Nel Vangelo della Natività un anticipo del vangelo totale. Dentro il Natale la Pasqua.
Ma perché Dio si è incarnato? Scrive Origene: “Prima ha patito poi si è incarnato:ha patito per amore” vedendo quanto lontano era andato l’uomo. L’amore, anche quello di Dio, è, nella sua bella ambivalenza, passione e pentimento. Si è incarnato perché ha fatto piaga nel suo cuore la somma del dolore del mondo. (Ungaretti)

PACE in terra agli uomini che Dio ama
Una nuvola di canto avvolge i pastori e vanno dove l’angelo aveva detto. E’ così bello che Luca prenda nota di questa sola visita. E’ bello per tutti i poveri, gli ultimi, gli anonimi, i dimenticati. E’ davvero una buona notizia: la storia cambia direzione. Dio scommette su coloro sui quali la storia non scommette, sceglie la via della periferia.
La grande ruota della storia aveva sempre girato in un unico senso: dal basso verso l’alto, dal piccolo verso il grande, dal debole verso il forte.
Quando Gesù nasce, anzi quando il Figlio di Dio è partorito da una donna, il movimento del meccanismo della storia per un istante si inceppa e poi prende a scorre nel senso opposto, nel senso del forte che si fa servo del debole, dell’eterno che cammina fra le età dell’uomo, il fiume di fuoco che si abbrevia in una scintilla, l’infinito nel frammento.

A Natale è un bambino che non sa parlare.

Il Dio che aveva plasmato Adamo con la polvere del suolo ora si fa Lui polvere del nostro suolo.
Il vasaio che aveva plasmato l’uomo  come un vaso di argilla diventa lui stesso argilla di un piccolo vaso, luce custodita in un guscio di creta, ruvido di terra e fremente di luce. Ecco il prodigio più grande: Dio di carne, è questa la parola rivoluzionaria, la parola appassionata del Natale. L’impensabile di Dio, la vertigine della storia.
Dio si è fatto uomo, anzi bambino. E per capire di più penso al bambino che cerca il latte della madre e dico: il Verbo si è fatto fame.
Penso al bambino che piange e ha bisogno di tutto e dico: il Verbo si è fatto pianto e bisogno di madre.
Poi penso agli abbracci che Gesù ha riservato ai più piccoli e dico: il Verbo si è fatto carezza, fino ala pianto di Gesù davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, il Verbo si è fatto lacrime.
Penso a quel velo di fango messo sugli occhi del cieco e dico: il verbo si è fatto polvere e mano e saliva e occhi nuovi.
Sulla croce il verbo si è fatto agnello, carne in cui grida il dolore.
A Natale Dio viene come un bambino. Un neonato non può far paura, si affida, vive solo se qualcuno lo ama e si prende cura di lui. Così le madri fanno vivere i loro figli. Li nutrono di latte, di cure e di sogni, ma prima ancora di amore. Come ogni neonato, Gesù vivrà solo perché amato, viene Dio mendicante d’amore.
C’è un bambino in me che a Natale gli parli di Dio e lui solo sente respirare. Gli dici che è Natale e lui vede un volo di angeli che aprono il cielo.
C’è in me un uomo disilluso che ha visto il cielo svuotarsi di stelle. Gli dici Betlem e lui risponde che duemila anni di storia hanno portato solo ad un muro alto sette metri che separa Betlem dall’orizzonte e taglia in due la “casa del pane” (Betlem).
Ma in me c’è un uomo che crede e spera. Destino di ogni ceratura è diventare sillaba di Dio, carne intrisa di cielo.
                                                                             E.Ronchi e M.Marcolini

 “Fare l’albero” oppure il “ceppo” il grande pezzo di legno che si metteva a bruciare alla vigilia di Natale e che doveva durare fino all’Epifania, ininterrottamente, per le fatidiche “dodici notti” durante le quali si traevano gli auspici per l’anno nuovo.
L’albero carico di luci (all’inizio di mandarini e di noci rivestite di stagnola e appese ai rami)
È di origine germanica (si Narra del dottor Lutero sperduto in una foresta d’inverno che ritrova la via grazie ad un misterioso albero carico di luci: un albero che richiama immediatamente alla memoria cristiana l’arbor Crucis ( l’albero della croce) ma che al tempo stesso si può considerare la cristianizzazione del “frassino del mondo” l’Asse cosmico che attraversa e sostiene l’universo.
“Alberi di luce” invernali (è assimilabile a questi le “frasche” che si usavano per la festa di S.Antonio?) “alberi di maggio” fioriti erano evidentemente residui delle antiche feste solstiziali germaniche.
Ma il nostro albero di natale è arrivato dall’America con i film e le canzoni come Jing bill. Quando arrivò anche col faccione ridente e la barba bianca, nessuno Babbo Natale, da noi sapeva che in realtà egli aveva viaggiato dal Mediterraneo Anatolico, dov’era venerato come san Nicola di Mira, fino agli Stati Uniti, dove si era mutato in quell’allegro vecchione dalla faccia rubizza e dalla candida barba. (Santa Claus – Nicola vescovo di Mira del III secolo dopo Cristo che amò con particolare attenzione i bambini e i poveri! La sua mitria presto si trasformò nel cappello di Babbo Natale e il colore rosso come gli abiti pontificali di S.Nicola) Ma continuava a distribuire doni in cambio di qualche piccola attenzione, veniva giù dalla cappa del camino e bisognava fargli trovare qualcosa da bere e da mangiare. Quando però da noi arrivo il buon vecchio Father Cristmas, con la slitta tirata dalle renne, nessuno fece caso al suo buffo e sontuoso abito rosso guarnito di pelliccia bianca, con cinturone e stivali. Il rosso e il bianco richiamavano gli abiti pontificali di san Nicola e da noi nessuno sapeva che l’allegro Spirito di Natale indossava, in realtà, i colori pubblicitari della Coca-Cola e che era delle prime travolgenti trovate del marketing made in Usa. Ma Babbo Natale volava nel cielo notturno, come faceva la Befana, logora e poco rassicurante vecchietta che aveva per la verità molto della strega.
Il volo degli spiriti nella notte era una credenza associata al culto dei defunti fin dall’antichità celto-germanica.
Quando eravamo piccoli era Gesù bambino a portare i regali, poi il vecchione della Coca- Cola ha soppiantato tutti e si è imposto quale distributore unico dei regali e destinatario delle lettere dei bambini.

Non è questione di intestardirsi tra Gesù bambino e Babbo Natale è questione di messaggio che si vuol far passare.
Ricevendo regali da Gesù Bambino,
apprendevamo una ammaestramento alla gratuità,
ad una economia del dono che precede ogni economia di mercato.
Dono di sé in primo luogo, come attenzione agli altri, nel vincolo comunitario che sta al cuore della famiglia.
Un messaggio di universalità viene anche dalla negritudine di Baldassarre, il re Etiope, compreso nel trio dei potenti ( i Re Magi ) insieme con Gaspare, e Melchiorre.


I re MAGI erano tre?
Le fonti evangeliche non dicono il numero, parlano solo al plurale.  Nel 1400 si chiamarono Melchiorre, Gaspare e Baldassare. Si stabilirono perfino le età di ciascuno: Melchiorre avrebbe avuto 60 anni, Gaspare 40 e Baldassarre ( di pelle scura) 20. Simbolici anche i doni che i Magi offrono al Bambino Gesù

  • ORO che rappresenta la sua regalità, offerto da Melchiorre
  • INCENSO che rappresenta la sua divinità, offerto da Gaspare
  • MIRRA ( olio profumato, con cui si ungevano anche i cadaveri nella sepoltura) che rappresenta l’umanità, e il “sofrire” di questo uomo-Dio

Sulla Stella Cometa,
esistono varie teorie, soprattutto sulla relazione che i Magi associarono alla nascita di Cristo
Nei presepi viventi oggi partecipa davvero un cristiano di colore, tra i molti emigranti presenti anche nei nostri paesi. In altri tempi qualcuno si abbrunava artificialmente il volto e le mani.
La solidarietà poi non è solo per chi riceve, ma, diventa stimolo e fonte di nuova speranza e fiducia anche per chi dona tempo, competenze e risorse.
Può essere utile il racconto che riporto di seguito


Il  QUARTO  Re  MAGIO
Nei giorni in cui era imperatore Cesare Augusto ed Erode regnava a Gerusalemme, viveva nella città di Ectabana, tra i monti della Persia, un certo Artabano. Era un uomo alto e bruno, sulla quarantina. Gli occhi sfavillanti, la fronte da sognatore e la bocca da soldato lo rivelavano  uomo sensibile ma di volontà ferrea, uno di quegli uomini sempre alla ricerca di qualcosa.
Artabano apparteneva all’antica casta sacerdotale dei Magi, detti adoratori del fuoco. Un giorno convocò tutti i suoi amici e fece loro più o meno questo discorso: “I miei tre compagni tra i Magi – Gaspare, Melchiorre e Baldassarre – e io stesso abbiamo studiato le antiche tavole della Caldea e abbiamo calcolato il tempo. Cade quest’anno. Abbiamo studiato il cielo e abbiamo visto una nuova stella, che ha brillato per una sola notte e poi e scomparsa. I miei fratelli stanno vegliando nell’antico tempio delle Sette Sfere, a Babilonia, e io veglio qui. Se la stella brillerà di nuovo, tra dieci giorni partiremo insieme per  Gerusalemme, per vedere e adorare il Promesso, che nascerà Re d’Israele.
Credo che il segno verrà. Mi sono preparato per il viaggio. Ho venduto la mia casa e i miei beni, e o acquistato questi gioielli – uno zaffiro, un rubino e una perla – da portare in dono al Re. E chiedo a voi di venire con me in pellegrinaggio, affinchè possiamo trovare insieme il Principe”.
Così dicendo, trasse da una piega  recondita della cintura tre grosse gemme, le più belle mai viste al mondo. Una era bleu come un frammento del cielo notturno, una più rossa di un raggio del tramonto, una come la cima innevata di un monte a mezzogiorno. Ma un velo di dubbio e di diffidenza calò sui volti dei suoi amici, come la nebbia che si alza dalle paludi a nascondere i colli. “Artabano questo è solo un sogno” disse uno. E tutti se ne andarono.
Artabano rimase solo e uscì sulla terrazza della sua casa. Allora, alta nel cielo, perfetta di radioso candore, vide pulsare la stella dell’annuncio.
Si mise subito in viaggio! Diemal, il più veloce e resistente dei dromedari di Artabano, divorava le sabbie del deserto con le sue lunghe zampe.
Artabano doveva calcolare bene i tempi per giungere all’appuntamento con gli altri magi. Passò lungo i pendii del monte Orontes, scavati dall’alveo roccioso di cento torrenti. Percorse pianure, varcò passi gelidi e desolati …
Era in vista delle mura sbrecciate di Babilonia, quando in un boschetto di palme, vide un uomo che giaceva bocconi sulla strada. Sulla pelle, secca e gialla come pergamena, portava i segni della febbre mortale che infieriva nelle paludi in autunno. Il gelo della morte già lo aveva afferrato alla gola. Artabano si fermò. Prese il vecchio tra le braccia. Era leggero e gli ricordava suo padre. Lo  portò in un albergo e chiese all’albergatore di avere cura del vecchio e di ospitarlo per il resto dei suoi giorni. In pagamento gli diede lo zaffiro.
Il giorno seguente, Artabano ripartì. Sollecitava il dromedario che volava sfiorando il terreno, ma ormai i tre Re Magi erano partiti senza aspettare il loro fratello persiano. Non volevano perdere l’appuntamento con il grande Re.
Artabano arrivò in una vallata deserta dove enormi rocce si innalzavano fra le ginestre dai fiori dorati. All’improvviso udì delle urla venire dal folto degli arbusti. Saltò giù dalla cavalcatura e vide un drappello di soldati che trascinavano una giovane donna con gli abiti a brandelli. Artabano mise mano alla spada, ma i soldati erano troppi e non poteva affrontarli tutti insieme.
La ragazza notò l’aureo cerchio alato che Artabano aveva al petto. Si svincolò dalla stretta dei suoi aguzzini e si getto ai suoi piedi. “Abbi pietà -  gli gridò – e salvami, per amore di Dio! Mio padre era un mercante, ma è morto, e ora mi hanno preso per vendermi come schiava e pagare così i suoi debiti. Salvami!”
Artabano tremò, ma mise la mano alla cintura e con il rubino acquistò la libertà della giovane. La ragazza gli baciò le mani e fuggì verso le montagne con la rapidità di un capriolo.
Intanto Gaspare, Melchiorre e Baldassarre erano arrivati alla stessa stalla dove stavano Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù.
I tre santi Re si prostrarono davanti al Bambino e presentarono i loro doni. Gaspare aveva portato un magnifico calice d’oro. Melchiorre porse un incensiere da cui si levavano volate di profumato incenso. Baldassarre presentò la preziosa mirra. Il bambino Gesù guardò i doni serio, serio.
Artabano correva, correva. Arrivò a Betlemme mentre dalle case si levavano pianti e fiamme e l’aria tremava come trema il deserto. I soldati con le spade insanguinate, eseguendo l’ordine di Erode, uccidevano tutti i bambini dai due anni in giù. Vicino ad una casa in fiamme un soldato dondolava un bambino nudo tenendolo per una gamba. Il bambino gridava e si dibatteva. Il soldato diceva. “Ora lo lascio ed egli cadrà nel fuoco … farà un buon arrosto!” La madre alzava urla acutissime. Con un sospiro, Artabano prese l’ultima gemma che gli era rimasta, la magnifica perla più grossa di un piccione e la diede al soldato perché restituisse il figlio alla madre. Ella ghermì il bambino, lo strinse al petto e fuggì via.
Solo molto tardi trovò la stalla dove si nascondevano il Bambino, Maria e Giuseppe. Giuseppe si stava preparando a partire e il bambino era sulle ginocchia della madre. Ella lo cullava teneramente cantando una dolce nonna nanna. Artabano crollò in ginocchio e si prostrò con la fronte al suolo.
Non osava alzare gli occhi, perché non aveva portato doni al Re dei re. “Signore le mie mani sono vuote. Perdonami…” sussurrò. Alla fine osò alzare gli occhi. Il bambino forse dormiva? No, il bambino non dormiva. Dolcemente si girò verso Artabano. Il suo volto splendeva, tese le manine verso le mani vuote del re e sorrise.

La santità del Natale passa anche attraverso il palato.
Innumerevoli sono le tradizioni alimentari, che però in fondo si riducono alle due varianti del cibo festivo e del cibo donato.
Anzitutto un pane: ma un pane ricco, un pane di festa, con uova e frutta secca e candita, soprattutto l’uva passita, augurio di prosperità … da cui il panettone, pandolce, panpepato, pasta dolce.
E poi la carne grassa e il pesce dei giorni di festa: quest’ultimo deputato al “pranzo di magro” della vigilia, la prima invece trionfalmente presentata nelle due variabili del volatile e dell’animale di terra, cioè del cappone italico o dell’oca franco-germanica (divenuta tacchino in America) nonché del maiale consumato sotto forma di pietanza conservata e speziata (zampone e cotechino)

Purtroppo continua la dissacrazione e anche per la festa del Natale c’è un crescendo di consumismo, dal quale per il momento sembra difficile uscire; con duri colpi anche alle tradizioni che accompagnavano il Natale, svuotate dalla loro anima “il Bambinello” che ne era l’anima.
Senza Gesù Bambino Natale non è Natale e resta una fiaba, bella quanto volete, ma, senza senso.
Santo Natale!

 

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